Vent’anni di Mammut. Il resto è preistoria

La casa di produzione bolognese celebra il ventennale dall’11 novembre al 5 dicembre. L’intervista a Ilaria Malagutti

05 Novembre 2025

Un cinema fuori dagli schemi, libero, sociale, attento all’attualità, a tratti ironico. E quattro giovani professionisti che hanno creduto in un sogno, realizzandolo con tenacia e caparbietà. É nata così la casa di produzione Bolognese Mammut Film che quest’anno compie 20 anni. Un compleanno speciale, che i soci Michele Mellara, Alessandro Rossi, Ilaria Malagutti e Francesco Merini hanno scelto di celebrare con un programma ricchissimo da condividere con pubblico, collaboratori e amici in 7 location di Bologna dall’11 novembre al 5 dicembre: 10 proiezioni, 1 concerto, 1 grande festa, a cui si aggiungono 4 incontri con gli studenti dell’Unibo che si svolgeranno al DAMSLab.

QUI IL PROGRAMMA DEL VENTENNALE

Con Ilaria Malagutti abbiamo parlato del lungo viaggio chiamato cinema di Mammut, tra ricordi e obiettivi da realizzare. Ecco che cosa ci ha raccontato.

20 anni di Mammut, il resto è preistoria. Siete nati all’alba del nuovo millennio. Ci parli della vostra fondazione ed evoluzione?

L’atto fondativo di Mammut è stata la convergenza di due elementi, da un lato un viaggio, compiuto nel 2004 da un gruppo di autori e registi bolognesi, che hanno portato in giro per le scuole di Cinema dell’Est Europa una selezione di corti, documentari e film italiani ed emiliani, per poi approdare, costruendo un cinema vero e proprio, al Midnight Sun film festival di Aki Kaurismaki a Sodankyla. Lì Mellara, Merini e Rossi, che già si conoscevano, hanno maturato l’idea e la possibilità di continuare una collaborazione più stabile. Dall’altro il premio Videopolis vinto da Michele Mellara e Alessandro Rossi con il documentario Doma Case a San Pietroburgo. Il premio consisteva in un contributo in denaro per la produzione di un nuovo documentario, ma per incassarlo serviva una società. Io da tempo collaboravo con Michele e Alessandro, avevo frequentato a Roma un master in management dell’audiovisivo e così abbiamo avuto la folle idea di fondare la Mammut film. Il primo documentario prodotto è stato proprio Un metro sotto i pesci di Mellara e Rosssi, un’anno dopo la nascita di Mammut film.
Abbiamo poi continuato per i primi anni a produrre progetti sviluppati internamente e per la regia di Michele, Alessandro e Francesco. Circa 10 anni fa, abbiamo iniziato ad aprirci a progetti di altri autori, alternando quindi la produzione di opere interne alla società con progetti scelti sul mercato o derivanti dalle relazioni sviluppate da noi soci negli anni. Sono arrivati quindi anche i documentari di Irene Dionisio e di Edoardo Gabbriellini, accanto ai documentari di Mellara e Rossi (La febbre del fare, Le vie dei farmaci, God save the green, e i più recenti Vivere, che rischio! e Berchidda Live – co-diretto da loro con Gianfranco Cabiddu) e L’orchestra e La follia degli altri di Merini.
Nell’ultimo periodo abbiamo co-prodotto come partner minoritari progetti provenienti da altri paesi, come il documentario Green is the new red di Anna Recalde Miranda, una coproduzione con Paraguay, Francia e Svezia e Pacchetto Eternità di Magdelena Ilieva, una co-produzione con la Romania.

Ilaria, sei l’unica donna del gruppo. Quali sono i ruoli in Mammut?

In Mammut mi occupo della produzione a 360 gradi, dallo sviluppo, al fundraising, alla produzione vera e propria. Oltre a questo mi occupo anche dell’amministrazione della società. Ovviamente la scelta dei vari progetti passa sempre attraverso un confronto e un dialogo stretto con Michele, Alessandro e Francesco ed insieme scegliamo il percorso produttivo migliore per ciascun progetto.

La vostra produzione è di largo respiro: come nascono le vostre storie, e con quali criteri scegliete quelle che non nascono in seno a voi?

Abbiamo sempre cercato di produrre storie che ci coinvolgono, che consideriamo rilevanti e importanti dal punto di vista sociale, culturale e artistico, storie che portano con sé anche una certa dose di umorismo nell’affrontare temi seri. Narrare il più possibile vicende che riescano a compenetrare soggetti o temi importanti per un’ampia comunità di spettatori. Le storie che scegliamo ma che non nascono in seno alla società hanno le stesse caratteristiche.
Sponde ci racconta dell’immigrazione nel Mediterraneo attraverso il rapporto epistolare tra un becchino di Lampedusa e un poeta e scrittore tunisino; Kemp è il ritratto originale del grande ballerino Lindsay Kemp, raccontato nel suo ultimo anno di vita; La macchia d’inchiostro ci porta dentro l’opera teatrale e letteraria di Roberto Roversi attraverso la lente della messa in scena dello spettacolo tratto dall’opera omonima a cura di una giovane compagnia teatrale.

C’è un progetto, tra i tanti, che vi ha toccato in modo particolare in questi anni?

Qui è difficile penso dare una risposta unica per tutti noi, rispondo a titolo personale. Uno dei progetti che più mi ha toccato è stato God save the green, in quanto non è stato semplicemente produrre un documentario su un tema ancora molto attuale, come quello dell’orticoltura urbana. L’incontro con le storie e le persone che abbiamo raccontato nel documentario ha coinciso con un cambiamento nelle mie abitudini, da quel momento ho prestato una maggiore attenzione al cibo sano, alle coltivazioni a km zero e alle piccole realtà contadine. Inoltre, in quel documentario abbiamo conosciuto persone che ci hanno aiutato nella lavorazione che sono diventate nostre care amiche e che lo sono ancora oggi; una di queste è stata anche la mia testimone di nozze!

Guardate al mondo ma le vostre radici sono sul territorio. Anche il ventennale avete scelto di condividerlo con la comunità. Quanto influisce il territorio nel vostro lavoro?

Aver scelto di rimanere a Bologna come base, fondare qui la nostra società, è stata una scelta, sotto un certo aspetto, controcorrente. E’ a Roma che hanno sede la maggior parte delle case di produzione. Essere in provincia impone una distanza col centro produttivo più importante d’Italia che, a volte, può essere pesante. Ma abbiamo fatto della mobilità una necessità: partire da Bologna per partecipare a mercati e festival di mezzo mondo; mantenere contatti con Roma ed altri centri produttivi internazionali, aggiornarsi e non sedersi mai sui risultati ottenuti. In questo senso Bologna – che è la nostra città, alla quale siamo legati profondamente – diventa, da un lato, un trampolino di lancio per dirigersi altrove, dall’altro, un modo per radicarsi su un territorio che ben conosciamo, alimentando e dando seguito a proficue collaborazioni con un vasto numero di professionisti che operano sul territorio nel nostro settore, incentivando – in un dialogo costante – le istituzioni, affinché le politiche legate all’audiovisivo siano sempre più efficaci e performanti. Bologna poi per noi è un luogo mitico, città in cui abbiamo affetti e amici, ed anche un pubblico che, negli anni, è cresciuto per numero e per affezione rispetto al nostro lavoro.

È cambiato il modo di “fare cinema” in Emilia-Romagna? Se sì, quali sono i segnali del cambiamento nel tempo, tecnologia a parte?

Quando abbiamo iniziato non c’era quasi nessuno a Bologna che produceva documentari, anche perché i sostegni erano pochi e la fatica tanta.
In questi 20 anni abbiamo visto e abbiamo beneficiato di un aumento considerevole delle risorse a disposizione per il cinema e l’audiovisivo, in larga parte sostegni pubblici, sia regionali che statali, che ha permesso un aumento della produzione, la realizzazione di progetti più ambiziosi che sono stati visti e distribuiti non solo in regione o in Italia, ma anche all’estero e alla creazione di un humus produttivo e culturale, che ora rischia di scomparire a causa dei tagli che si prospettano con la nuova legge di Bilancio. Confidiamo che la nostra continui a sostenere con forza e determinazione il cinema realizzato in regione da autori e case di produzione emiliano romagnole. Solo così il comparto potrò crescere e ideare e produrre opere di valore.

Quali obiettivi vi date per il prossimo ventennio?

Continuare con la stessa resilienza degli inizi, continuare ad alternare progetti nostri con altri progetti esterni accuratamente selezionati. Ripensare sempre il cinema, che è in continua metamorfosi e che richiede la capacità di leggere un mondo in trasformazione. Dedicarsi a progetti di qualità che abbiano l’ambizione di arrivare ad un pubblico non solo italiano, che siano in grado quindi di travalicare i confini nazionali.
Avere uno sguardo aperto e un’attenzione alle nuove forme espressive e alla contaminazione dei generi. Cercare di collaborare non solo con la filiera, ma anche con altri produttori per realizzare progetti più ambiziosi, rilevanti e collaborativi… Insomma, nonostante il clima di questi mesi, guardiamo ancora con fiducia verso il prossimo ventennio.

Video

20 anni di Mammut Film